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sabato 17 novembre 2018

Il lungo addio.

Un mio contatto di Facebook racconta di un sogno. I suoi genitori stanno male, la mamma è  in coma, il papà è in difficoltà.
Si sveglia stordita ed addolorata e  si pente di non essere andata a trovarli nonostante sia passata sotto la loro casa, sa che sentono sua mancanza ed il papà è cieco ma sono entrambi ancora in forma.
Li chiama al telefono e li trova arzilli e pimpanti ma il senso di colpa rimane, sepolto in lei.

Sentirsi in colpa è il mio stato attuale, lo provo costantemente.
Io fuggo mentalmente dal pensiero di mia madre così com'è ora ma quel pensiero mi perseguita.
L'ho perduta da tempo e mi manca sempre più.
Tutto ciò che si prova durante un lutto lo sto provando da anni, prendo il telefono per raccontarle un evento, penso a quando la vedrò e le racconterò della zia, dei bimbi di I. che amo tanto, della bimbabella di cui lei mi chiedeva sempre.
Di mio figlio che mi aiutò a crescere ed educare.
Sono in me gli anni passati in agosto in montagna con lei, il suo entusiasmo per la casa al mare dove stava lunghe ore a fissare quel blu nel blu, mentre già la sua mente si allontanava da noi inesorabilmente. Il suo compleanno è passato nel silenzio, lei non sa di esistere, rivedo le foto degli anni passati con torte elaborate di pasticceria e poi successivamente quelle squisite preparate dalle badanti.
Niente biglietti di auguri, regali (che cosa le posso regalare quest'anno?).Minnie, la cagnolina tanto amata  che invecchia con lei, ormai semicieca, non la riconosce più, come se il legame telepatico fra di loro si fosse interrotto.


Vado a trovare mia madre che non è più mia madre ma è un corpo che si sta disgregando pur essendo in buona salute, sento una voce che pare tornata alla lallazione dei primi mesi, un'umiliante esistenza fatta di tante operazioni igieniche subite e la cosa che mi fa male in tutto questo è che io mia madre l'ho salutata e l'ho perduta da più di 2 anni e vedere quel viso, che è ancora il suo anche se ormai deformato dalla vecchiaia e dalla demenza, mi fa ogni volta provare un senso di doloroso stupore, perché come può quella cosa avere la faccia di mia madre.

Oggi vorrei salutare per sempre quella maschera che non è lei eppure lo è, consapevole che quando accadrà mi sentirò in colpa per averlo desiderato e che quella maschera di oblìo e regressione mi mancherà da morire, anche se la vorrò dimenticare raccontandomi di un passato felice.

lunedì 12 novembre 2018

Un uomo, l'umanità nel vino.


Siede al tavolo, volge intorno l’occhio quieto, con interessato distacco.


Il suo sguardo scivola sui volti dei commensali, coglie una battuta, un gesto. A volte sorride con gli occhi bassi, forse un pensiero segreto.
Improvviso lo scoppio di una risata, la battuta pronta, si protende sul tavolo animato da un’improvvisa folata di vita, alza un po’ la voce e pronto si ritrae, nuovamente spettatore.
A ricordarlo ora, la prima volta pensai: gli piace osservare gli altri vivere, tuffarsi brevemente nella loro vitalità, quasi senza immergervisi, senza uscirne bagnato ma ricoperto da un velo di goccioline iridescenti, facili da scrollare.
Un viso ovale, curato, occhi grandi e quasi femminili, la gestualità spesso misurata, improvvisamente esplode in un abbraccio, una stretta forte. 
E' giornalista, saggista, scrittore.
Scrive libri per ragazzi, spesso gialli e thriller, è dentro l’infanzia come se non l’avesse mai lasciata, eppure la sua è una vita lunga e vissuta intensamente.
Ha molti amici e molti rituali che vive con loro come in una sorta di perenne liturgia preordinata e tutti vi si attengono rigorosamente.
Curioso come in passato, forse ancor oggi, abbia collocato nei suoi libri i nomi dei suoi amici più cari e dei loro figli. Tessere legami duraturi è una sua peculiarità.
Pare ami il vino frizzante, leggero, che scorre fresco in gola: l’impegno che il barolo o il barbaresco, severi, profumati, corposi esigono non gli interessa.

Ho imparato da poco quanto il rapporto con il vino, elemento liquido e vivo
come il sangue, ci parli del nostro rapporto con la vita.
Amavo i vini bianchi secchi e frizzanti, i rossi color rubino, da bere freschi: quelli corposi, importanti, non li conoscevo, forse li temevo un poco.
Da poco ho imparato ad amarli prima ancora che per il profumo, il corpo, la struttura, per il lavoro intenso che celano, l’entusiasmo, il sacrificio, la creatività che li hanno generati.
Noi siamo dei vini: nel tempo possiamo acquistare struttura senza perdere profumo, conservare la delicatezza senza spogliarci della forza. Possiamo anche scegliere di rimanere fermi a giacere per anni nella cantina fresca, come in sonno, una mano gentile potrebbe un giorno raccoglierci e riscoprire che, ossigenati, la vita è ancora in noi ed è prepotente, ha voglia di uscire e farsi conoscere.

L’uomo. Scrive, per piacere o per piacersi? Per sé stesso o per altri? Per far vivere e sognare o per vivere?
Nasconde molte vite dietro a quello sguardo a volte velato, a volte ardente come un ciocco nel camino.
Nasconde una storia che lui solo sa, lascia intuire eventi ma ogni storia non è mai univoca, le chiavi di lettura sono in noi,ognuna può aprire una porta diversa.
Ha un piglio che può essere ammaliante ma a volte si teme che possa rivelare uno scherno improvviso, una battuta dissacrante.
Le strade per giungere ai cuori le conosce e le pratica, perché in quest’uomo certo non mancano sensibilità e fragilità da custodire, il paravento dell’apparente nonchalance inganna gli uomini più superficiali, non i migliori.
Uno di questi me l’ha fatto conoscere.
Ed è stata un'indimenticabile esperienza.

domenica 23 settembre 2018

Il viaggio (verso l'Oceano)

Il viaggio non è vacanza, lo sappiamo bene, lo sai tu che leggi ogni giorno cercando le mie parole e qualcosa nelle mie parole.
Il viaggio è fatica, sudore, male ai piedi, alla schiena ed alle gambe, a volte disperazione se non trovi più l'auto a noleggio.
Il viaggio è libertà.
Il viaggio è non sapere se domani andrai a nord o a sud. 
Il viaggio è soddisfare la sete di conoscere, imparare, dal mondo e da noi stessi, la fame mai sazia di andare a fondo nei tuoi perchè.
Il viaggio sono le persone che incontri, i sorrisi e i denti stretti, e il barista di città che appena ti vede dice " due caffè uno macchiato, due pastel, due spremute di arancia" con un sorriso aperto, quasi affettuoso e che ti saluta con un po' di rimpianto quando dici che è l'ultima volta, per un po' di tempo.
Il viaggio sono le voci, gli accenti, i suoni ed i sapori nuovi, mai incontrati prima.

Il viaggio è emozione quando assaggi un cibo nuovo e ti piace e ne assaggi un altro ed è raccapricciante, ma la birra e il vino sono sempre buoni, non soltanto "si può bere". 

Il viaggio è rientrare in albergo sostenendosi abbracciati perchè la strada è (tanto) in salita e fra vino e sangria e porto la serata è trascorsa in allegria e poi cercare la luna in fondo ad un vicolo perchè sappiamo che lì la troveremo













Il viaggio è andare e girare e rigirare e svoltare per poi, a fine giornata, andare a cercare lui l'Oceano, l'Atlantico in questi giorni appena trascorsi.

La sua voce la senti da lontano, è un ruggito smorzato, poi attraversi le dune, liberi i piedi da inutili sandali e spogli la tua anima e gli vai incontro, incapace di staccare lo sguardo perchè con lui si consuma un rito antico e laico, è lui il Signore, è lui che può tutto.
Eppure non sa di morte, mai.
Sei ipnotizzata dalla sua voce, dal suo moto mai uguale, dalle sue onde improvvisamente alte, dal suo colore cupo eppure di smeraldo, che sai brulicante di una vita che non vedrai mai, perchè quelle onde ti fanno paura, sai che ti avvolgerebbero e ti porterebbero via per sempre.

Il suo profumo è forte, avvolgente, è l'essenza della vita che ti dice che ci sei, sei tu, sei quello che vuoi essere perchè sei lì.

Paura ed attrazione egualmente forti, trascinanti, invincibili.
Non riesci a staccarti da lui, ci vogliono molti amorevoli richiami da chi, un po' discosto perchè ti conosce molto a fondo, ti ha lasciata sola con il tuo incanto, i tuoi sensi tutti volti ad assaporare quella massa d'acqua che non è tale, è un dio, è un tutto.



Mentre tenti di allontanarti osservi i regali che lascia sulla spiaggia, i disegni che formano le alghe, i sassi, le conchiglie, i loro colori un po' attenuati da quella nebbiolina che ti avvolge, poi scompare, poi riappare e fa pensare a racconti antichi di marinai persi nei suoi vapori.

Ti amo per questo, Oceano Atlantico di tutti e solo mio. 

N.B. Le mie foto sono ©
AdrianAimone®fotografare con amore

domenica 2 settembre 2018

Le pianticelle ed i figli


I bambini sono come pianticelle?

I bambini sono un po' come le pianticelle giovani, sottili, fragili, che il vento, la pioggia, la mancanza di acqua possono danneggiare o far morire.
Parliamo delle pianticelle.
Hanno bisogno di sostegno. Quello materiale, un paletto alto e robusto, altrimenti si piegherebbero e spezzerebbero.
Quello alimentare, hanno bisogno di nutrimento, acqua e fertilizzante per poter crescere bene.
Senza eccedere, perché anche gli eccessi nutritivi sono dannosi.
La pulizia, togliere le foglie secche, accertarsi che il fogliame sia sano, che non ci siano parassiti, che lo scambio con la terra sia ottimale.
Un terreno pulito intorno, altrimenti erbacce infestanti potrebbero togliere loro il nutrimento.
Le pianticelle ben coltivate crescono, ed hanno bisogno di maggiori attenzioni, perché non basta più curarne il nutrimento e la pulizia, subentra la cura della loro crescita, esse devono essere dolcemente sostenute affinchè non assumano forme strane, sgraziate, esposte agli eventi naturali e vanno curate anche le loro radici che non devono sporgere ma
affondare nel terreno reso soffice dalle cure.
Le pianticelle crescono ancora ed è meraviglioso veder sbocciare i primi fiori, nati da tante cure amorevoli.
Non occorre soffocarle, le pianticelle, basta semplicemente seguirle a cadenze regolari, correggere le posture sbagliate, modificare la nutrizione se non funziona bene, potare i rami storti, eliminare sempre le erbacce. Le pianticelle lasciate crescere senza sostegno le riconosci subito, un po’ storte, un ramo punta in alto, uno in basso senza armonia, il terreno è pieno di erbacce, qualche parassita non manca. Magari le foglie sono lucide e belle ed anche i loro fiori ma lo sguardo cerca altrove, dove la chioma delle piante cresciute è diventata un’ombra invitante, una forma armoniosa, un piacere per gli occhi.

Così i bambini. Certo, è faticoso. Alle pianticelle basta molto meno per crescere sane e forti.
Ben altro impegno per gli umani.
Basta leggere quanta cura ci vuole per coltivare i pomidoro.
Un essere umano vale forse di meno?

I bambini non sono pianticelle, hanno bisogno di regole, prima sonno e cibo ed
input/output poi crescendo l’insegnamento (faticoso) delle regole del vivere sociale, il rispetto degli altri, dei diversi, l’accettazione di non essere despoti assoluti in famiglia e fuori ma parte di una moltitudine di uguali, regole che insegnate dalla più tenera età daranno frutti deliziosi, bambini tenerissimi e facili da amare.
E questo è il compito dei genitori.
Non è facile essere genitori, oggi più che mai. Un tempo la famiglia imponeva le regole, spesso senza darne spiegazione, i bambini non venivano educati al dialogo e la risposta era: “è così e basta!”.
Non esistono genitori perfetti, noi di certo non lo siamo stati, ma ci abbiamo provato.
La chiave è questa: provarci. Non lasciar andare le cose cercando di delegare ad altri le proprie funzioni. I nonni, per esempio. I nonni devono seguire le regole che dispongono i genitori, non sono territorio franco. So che è difficile, l’amore nonnesco è devastante ma possono esserlo anche le conseguenze della sua permissività.
Certo, “si perde tempo” a colorare insieme un album, a leggere quei bellissimi libri dedicati ai bimbi piccoli, a raccontare favole, ad andare nei parchi per osservare piante, fiori, uccelli ed impararne i nomi, a girare sui mezzi pubblici per far conoscere loro le altre zone della città in cui vivono compresi i monumenti storici, le opere d'arte, la musica.  Avvicinare la natura in tutte le sue forme ma non come spettacolo, come integrazione di sè nella Natura stessa.
E’ questo il nutrimento che necessita alle pianticelleBimbo.
Piazzarli davanti alla TV (un tempo) o ad uno smartphone o un tablet ne fa dei "tossici" mediatici, vittime di mondi virtuali inesistenti. Eppure è una tentazione irresistibile per troppi.
Conosco giovani famiglie in cui il tempo "si perde" a parlare con i figli, a spiegare, a sperimentare, a sedare i capricci (perchè quelli li fanno tutti) con le giuste parole e con un'autorevole fermezza. Non sono vietati i cartoons ma sono dosati. Le regole, insomma. Non è impossibile ma richiede una cosa importantissima, il dono di sè. Ed il frutto è una valanga di amore che non ha mai fine.


Per questo oggi, rileggendo un articolo della meravigliosa Natalia Aspesi, ho nuovamente fatto mia la sua riflessione sul rispetto dovuto alle donne che non vogliono avere figli.
Non tutte le donne nascono madri, mamme soprattutto. E’ un diritto da rispettare.
I loro figli potrebbero diventare prima come quelle pianticelle fragili e poi piante un po’ storte, poco accattivanti, senza la bellezza contorta e sofferta degli ulivi millenari, s’intende, ma con una visione distorta del mondo che li circonda e di se stessi.

martedì 21 agosto 2018

La sorellanza e l'amicizia

La sorellanza è un termine che non tutti possono comprendere.
Non è facile che nella vita si possa incontrare un'amica con la quale vivere questo rapporto.
Io ho avuto ed ho questa fortuna.
Si possono avere caratteri diametralmente opposti, vivere emozioni e situazioni in modo totalmente diverso eppure questo sentirsi vicine, solidali come a volte nemmeno le sorelle di sangue possono essere, è un dono che la vita ci fa.
Questa vita tanto amata.
Litigi, contrasti, critiche ed anche incomprensioni si superano grazie a questo sentimento che vola più in alto di tutti, che ci ricorda quanto l'altra persona sia importante per noi, indispensabile direi.
Amicizia non rende l'idea, ho la fortuna di avere alcune amiche a me molto care da decenni (tanti) ma la sorellanza è qualcosa di più, di diverso.
C'è questo  bisogno di condividere, la naturalezza nell'amare le stesse persone e luoghi, nel darsi senza alcun tornaconto o aspettativa di gratitudine, di rispondere agli stessi cuori, grandi e piccini.



Si fa qualcosa di più della semplice resistenza, si fa della vera rivoluzione, scoprendo la sorellanza: la necessaria, importante, solidarietà tra donne. Certo non è facile vincere la secolare diffidenza, l'innaturale gelosia e ostilità che divide le donne.
Natalia Aspesi, Vivere in tre, 1981



Amicizia è un bellissimo termine spesso abusato, specialmente in quest'epoca di social.
Io li chiamo contatti, non amici, mi pare adeguato.
Se poi nascerà una sorta di amicizia ciò sarà dovuto ad una comunicazione intensa, alla conoscenza personale. Ci sono i conoscenti, i conoscenti/amici e gli amici, intendendo con questo le persone con cui ci si ritrova volentieri in contesti conviviali, per serate divertenti, a volte anche in chiacchierate di inaspettata profondità.
Provo una compassione divertita verso coloro che gli amici/contatti se li comprano.
Sui social accade con i likes, con i complimenti fuori luogo, le faccine e i cuoricini. E per acchiappare likes che ci vuole... a parte il mettere in mostra dettagli anatomici prorompenti e gattini? Beh, ci vuole tanto sbattersi per piacere agli altri, quasi o proprio per ottenere conferma del proprio fascino, fisico o intellettuale. Manifesto segno di insicurezza, mancanza di autostima, frustrazione (non sono un'analista, ragiono soltanto con la mia testa).
Nella vita di tutti i giorni chi non sa stare solo o in compagnia della propria famiglia cerca amici comprandoli con il cibo offerto, lo spazio offerto, i regali importanti (e onerosi da ricambiare), il denaro insomma. Oppure con la cortigianeria reciproca, ottenuta con la compassione o con il dileggio altrui (quello è cattivo, quell'altro ce l'ha con me!).
Ma che cosa c'è di più triste di un commensale che ti sorride e ti ascolta e ti blandisce, lasciandoti vincere in festose gare di rutti e che quando non ci sei mormora a terzi delicati segreti della tua famiglia, un parente scomparso in circostanze oscure di cui nel suo ambiente si parlò parecchio proprio a causa della sua figura discutibile? Di un parente alcolista di cui hai taciuto? Oppure del tuo uso di farmaci forse a sproposito? Vale la pena di fare certi acquisti? Forse sì, se la paura di non avere gente intorno è più forte della dignità.

C'è chi si accontenta di queste frequentazioni e le cerca, le esibisce, inconsapevole dell'immensa tristezza, della compassione che desta anche in cuori estremamente disincantati.
Ho amiche in odore di sorellanza che non ho mai visto di persona, eppure attraverso lunghissimi scritti ed anche telefonate abbiamo aperto i nostri cuori e ci pensiamo con infinito affetto, parlo di Silvietta, di Sara. Ho un amico medico che vive lontano dalla mia città e che mi è molto caro, partecipiamo delle reciproche vicende famigliari e ci aiutiamo psicologicamente, situazione di "fratellanza" in questo caso. Proprio oggi mi ha inviato il suo epitaffio, che scrisse a 19 anni e intende sia rispettato. E' un  medico poeta.
Oggi, in questo mondo così devastato da un sentimento di aggressività, dove parrebbe che tutte le frustrazioni di tutte le vite trovino modo di esprimersi attraverso l'odio verso il diverso, sia esso tale per colore della pelle o del pensiero o della visione del mondo mi è venuto spontaneo sfogarmi in questo diario che, fortunatamente, pochissimi leggono.
Ma io sto meglio e scrivere è la mia terapia contro la negatività altrui che con me non l'avrà mai vinta.